Chi è il consulente alla pari

Nei Centri per la vita indipendente c’è una figura particolare: una persona con disabilità che, partendo dalla propria esperienza, offre ascolto, orientamento e supporto ad altre persone nel percorso verso una vita autonoma. Ecco chi è il consulente alla pari

Immagina di essere uno studente universitario che vuole fare l’Erasmus, ma ha mille domande e mille dubbi. Per trovare alcune risposte la soluzione più semplice può essere quella di chiedere ai propri compagni di corso, agli amici che lo hanno già fatto. 

Cambiamo scenario: immagina di essere una persona con disabilità che vuole costruire il proprio progetto di vita e magari andare a vivere da solo. Anche in questo caso ci sono mille dubbi e tante domande: forse persino di più rispetto al coetaneo in partenza per l’Erasmus. Con una sostanziale differenza: per lo studente è molto, molto più difficile trovare un coetaneo che abbia le sue stesse esigenze e abbia vissuto la stessa esperienza prima di lui. Ed è qui che entra in gioco il consulente alla pari. 

Chi è il consulente alla pari?

Il consulente alla pari è una persona con disabilità capace di offrire supporto, ascolto e orientamento a quanti si trovano nella sua stessa condizione, basandosi sulla propria esperienza diretta. Non è un operatore sanitario né un assistente sociale, ma una persona che vive in prima persona situazioni simili a quelle di chi si rivolge a lui. 

Proprio per questo, il consulente alla pari è in grado di comprendere le difficoltà, le paure e i bisogni della persona che ha di fronte, creando un rapporto basato sulla fiducia, sull’empatia e sul rispetto reciproco. È quindi in grado di rispondere a quei dubbi e quelle domande apparentemente “banali” che possono frenare chi vuole intraprendere un percorso di vita indipendente.

Quella del consulente alla pari è una figura fondamentale all’interno dell’équipe dei Centri per la vita indipendente, perché la sua presenza permette di abbattere le barriere psicologiche (spesso legate a reticenze a mettersi in gioco) e di costruire più velocemente una relazione di fiducia basata appunto sulla comune “esperienza” della disabilità.

Che cosa fa un consulente alla pari?

Per sintetizzare quello che fa un consulente alla pari, Marco Rasconi, referente dell’Agenzia per la vita indipendente “Fulvio Santagostini” di Ledha Milano, usa una sola parola: ascoltare. “Serve un ascolto attivo e profondamente empatico da parte del consulente per aiutare la persona con disabilità a far emergere domande, dubbi e aspettative che in un altro contesto, probabilmente,  non sarebbe riuscita a esprimere” spiega.

In sintesi un consulente alla pari:

  • ascolta e accoglie senza giudizio, creando un rapporto basato su fiducia e rispetto reciproco;
  • condivide la propria esperienza, offrendo spunti utili per affrontare ostacoli pratici ed emotivi;
  • supporta l’autodeterminazione, aiutando la persona a definire e perseguire un progetto di vita indipendente in collaborazione con le altre figure professionali del Centro per la vita indipendente;
  • fornisce informazioni e orientamento sui diritti, i servizi e le opportunità disponibili;
  • combatte l’isolamento, promuovendo l’inclusione e incoraggiando relazioni sociali e attive.

Ma il consulente alla pari deve avere la mia stessa disabilità?

Nell’individuare il consulente alla pari che affianca una persona nella costruzione del suo percorso di vita indipendente è importante avere un punto di contatto rispetto alla tipologia di disabilità. Ma non è essenziale. “Noi tendiamo ad abbinare tra loro persone che hanno bisogni e storie simili: se il consulente ha una distrofia muscolare può affiancare chi ha una Sma o una patologia degenerativa o una lesione midollare -racconta Marco Rasconi-. Se invece viene da me un ragazzo che ha avuto una lesione midollare e mi parla delle sue difficoltà a vestirsi, io che non mi sono mai allacciato un bottone in vita mia forse non sono la persona giusta”. 

Per questo motivo è importante che i Centri per la vita indipendente possano contare su una vasta rete di consulenti e di più figure di riferimento che possono essere “attivate” al bisogno. Ed è importante che all’interno di questa rete ci siano anche figure femminili: per una ragazza con disabilità può essere più facile condividere i propri pensieri con un’altra donna piuttosto che con un uomo. “Quando svolgo il ruolo di consulente alla pari posso rispondere alle domande di una persona con la SMA -conclude Rasconi-. Ma se la mia interlocutrice è una ragazza con la SMA è molto probabile che abbia interrogativi e dubbi diversi. A cui io non posso rispondere”

Perché è importante il consulente alla pari?

Il consulente alla pari permette dunque di creare una relazione di fiducia da cui partire per la co-progettazione del progetto di vita indipendente. Una relazione basata sull’esperienza condivisa che permette alla persona con disabilità di non dover spiegare troppo perché sa che il suo interlocutore molto probabilmente ha vissuto le sue stesse difficoltà. 

A differenza di altri professionisti il consulente alla pari non si limita a dire che cosa fare. Ma può dire: “Questo l’ho fatto anche io”. Oppure: “Io ce l’ho fatta, puoi provare anche tu”.  E questo cambia tutto.

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