Sulla riforma dei servizi diurni, il commento di Ledha Milano

La ri-organizzazione dei servizi permetterà di mettere a disposizione 60 posti nei Centri socio-educativi, accorciando le liste d'attesa e offrendo un servizio pubblico a tante persone che oggi ne sono completamente escluse

“Stefano frequenta il Centro socio educativo (CSE) tutti i giorni, dal lunedì al venerdì, dalle 9 alle 15.45. L’ente che lo gestisce recentemente ci ha comunicato un aumento della retta: paghiamo circa 1.400 euro al mese”, spiega Mario, il padre di Stefano. A questa cifra bisogna poi aggiungere il costo per il trasporto (parzialmente coperto dal Comune) e quello per il pranzo nella misura di 7,5 euro al giorno. 

Una spesa importante che va ad aggiungersi a tutte quelle che la famiglia deve affrontare per Stefano: un uomo di quasi quarant’ anni con autismo grave che ha un bisogno di assistenza elevato e di essere seguito costantemente: “Da quando è nato sono sempre andato a cercarmi i servizi di cui aveva bisogno -aggiunge-. Per lui, come per molte altre persone con disabilità, dopo la conclusione del percorso scolastico la sola possibilità è quella di essere inseriti all’interno di un servizio diurno”.

Inoltre, Stefano si trova in una sorta di limbo: viene considerato “grave” ma non ha diritto alla Misura B1 perché frequenta un CSE per più di 12 ore a settimana. Ci sarebbe anche la Misura B2 e in questo caso rispetta tutti i parametri richiesti : “Siamo idonei, ma da due anni non riusciamo a ottenerla perché i finanziamenti non sono sufficienti”, spiega Mario.

Quella di Stefano non è una vicenda isolata. A Milano, infatti, circa 130 persone con disabilità sono in lista d’attesa per accedere ai Centri socio-educativi (CSE), perché i posti in convenzione con il Comune non sono sufficienti a soddisfare la richiesta. Di conseguenza, per molte famiglie l’unica soluzione è pagare una retta all’ente che fornisce il servizio per i propri figli.

La riforma del sistema di offerta

Con una delibera approvata il 14 febbraio 2026, la Giunta comunale ha dato il via libera all’iter per l’attivazione di due Centri socio-educativi (CSE) comunali che metteranno a disposizione delle persone con disabilità e delle loro famiglie 60 posti che andranno ad aggiungersi agli attuali 252. Questo ampliamento dell’offerta si inserisce all’interno di una parziale ri-organizzazione del sistema dei Centri diurni disabili (CDD): le due strutture di via Anfossi e di via Cherasco verranno trasformate in CSE, con il trasferimento delle persone con disabilità che attualmente le frequentano in analoghe strutture convenzionate garantendo la continuità del servizio e dei percorsi individuali, oltre al trasporto all’andata e al ritorno.

Il piano era stato presentato alle associazioni che partecipano al Tavolo disabilità ed era stato discusso. La richiesta all’assessorato competente era stata quella di effettuare questa ri-organizzazione del servizio con tempi adeguati, per non creare disagi alle persone e alle loro famiglie.

Come LEDHA Milano, non riteniamo la riorganizzazione dei servizi diurni un fatto negativo in sé.  La trasformazione di due CDD comunali in CSE consentirà di creare nuovi posti convenzionati e far scorrere le liste d’attesa dei CSE, offrendo finalmente un servizio pubblico a tante persone che oggi ne sono completamente escluse. 

Parliamo di famiglie che oggi, per garantire un servizio diurno ai propri figli, pagano interamente la frequenza come solventi oppure scelgono una modalità part-time per ridurre i costi. In quest’ottica, la riorganizzazione del servizio comporterà un beneficio economico concreto per decine di famiglie, che passerebbero da una retta interamente a carico loro a una compartecipazione basata sull’ISEE, secondo le regole comunali.

Pur comprendendo il disagio che può generare, per una persona con disabilità complessa, il passaggio da una struttura all’altra, è necessario tenere insieme i diritti delle persone che oggi frequentano i servizi e di quelle che non riescono ancora ad accedervi.

Tutti vorremmo che le risorse per la disabilità (e in generale per i servizi di inclusione sociale) fossero abbondanti. Purtroppo non è così. La “coperta” delle risorse pubbliche è corta e il compito di tutti – istituzioni e associazioni – è quello di utilizzarle nel modo più equo possibile, cercando di tenere insieme i diritti acquisiti e i diritti che devono essere garantiti a quante più persone possibili.

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